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Audiovideo
Intervista a Pietro Secchia
Data: 17 dicembre 1972
Data topica Pettinengo
Luigi Moranino è l'autore della registrazione.
Intervista a Pietro Secchia registrata a Pettinengo (BI) il 17 dicembre del 1972, rilasciata a un gruppo di giovani militanti e studiosi comunisti biellesi che stavano conducendo un’indagine sulla storia dell’antifascismo nel Biellese, con particolare attenzione alle posizioni dei socialisti e dei comunisti.
Dopo aver analizzato gli atteggiamenti delle diverse formazioni politiche italiane nei confronti del primo conflitto mondiale - con particolare riguardo al mondo socialista, a sua volta diviso tra una posizione più intransigente della componente di sinistra ed una più moderata della componente riformista - Pietro Secchia sonda le origini del fascismo concentrando la sua attenzione sulla posizione ostile nei confronti degli interventisti assunta dai socialisti nel primo dopoguerra, anche se essi non si schierano contro tutti gli ex combattenti, in quanto, afferma, “la grande maggioranza degli ex combattenti non erano fascisti, la grande maggioranze erano operai e contadini.”
Il dirigente comunista riferisce poi l’episodio, vissuto in prima persona, dell’occupazione da parte dei fascisti della Casa del Popolo di Biella avvenuto il 1° novembre del 1922. Procede quindi analizzando gli anni che vanno dal 1919 al 1922, con particolare attenzione al “Biennio rosso”, immediatamente seguito da un biennio nero. Il giudizio di Secchia sulla vittoria del fascismo può essere condensato in questo eloquente passaggio: “La vittoria del fascismo a un certo momento […] era quasi inevitabile, cioè avevamo una situazione in cui la polizia, l’esercito, la magistratura, quelli che sono i corpi di cui lo Stato dispone per affermare il suo potere erano prevalentemente orientati in senso fascista. […] Ammazzavano i dirigenti (dei partiti antifascisti) del tutto impunemente, la polizia stava a guardare e quando poteva gli dava anche una mano. E quindi in una situazione di questo genere […] era difficile il problema di una difesa, perché a loro tutto era permesso, chi si opponeva per difendersi invece veniva arrestato, venivano condannati e così via.”
Facendo spesso riferimento alla sua esperienza di antifascista e dirigente della guerra partigiana, Pietro Secchia passa in rassegna gli anni durante i quali era responsabile della federazione giovanile comunista e le diverse vicende che vedono coinvolti socialisti e comunisti negli anni Venti e Trenta, “sino ad arrivare – dice – al periodo in cui è stato possibile anche condurre la lotta armata”. Il dirigente comunista biellese individua una linea di perfetta continuità tra la lotta clandestina, il periodo della lotta clandestina, e la Resistenza, il periodo della guerra partigiana. E si rammarica del fatto che il ricorso alla violenza e alla lotta armata sia giunto molto tardi, solo nel corso della Seconda guerra mondiale a giochi praticamente fatti, quando cioè gli alleati anglo-americani erano ormai sbarcati nel sud dell'Italia e i tedeschi avevano occupato gran parte della penisola con la complicità dei fascisti repubblicani.
L’ultima annotazione riguarda il Biellese e il ruolo della lotta partigiana biellese nel più generale contesto della Resistenza, e così conclude: “Diciamo che siamo stati tra i primi, siamo stati tra le regioni dove […] negli anni della clandestinità abbiamo dato naturalmente di più.”
Intervista a Pietro Secchia registrata a Pettinengo (BI) il 17 dicembre del 1972, rilasciata a un gruppo di giovani militanti e studiosi comunisti biellesi che stavano conducendo un’indagine sulla storia dell’antifascismo nel Biellese, con particolare attenzione alle posizioni dei socialisti e dei comunisti.
Dopo aver analizzato gli atteggiamenti delle diverse formazioni politiche italiane nei confronti del primo conflitto mondiale - con particolare riguardo al mondo socialista, a sua volta diviso tra una posizione più intransigente della componente di sinistra ed una più moderata della componente riformista - Pietro Secchia sonda le origini del fascismo concentrando la sua attenzione sulla posizione ostile nei confronti degli interventisti assunta dai socialisti nel primo dopoguerra, anche se essi non si schierano contro tutti gli ex combattenti, in quanto, afferma, “la grande maggioranza degli ex combattenti non erano fascisti, la grande maggioranze erano operai e contadini.”
Il dirigente comunista riferisce poi l’episodio, vissuto in prima persona, dell’occupazione da parte dei fascisti della Casa del Popolo di Biella avvenuto il 1° novembre del 1922. Procede quindi analizzando gli anni che vanno dal 1919 al 1922, con particolare attenzione al “Biennio rosso”, immediatamente seguito da un biennio nero. Il giudizio di Secchia sulla vittoria del fascismo può essere condensato in questo eloquente passaggio: “La vittoria del fascismo a un certo momento […] era quasi inevitabile, cioè avevamo una situazione in cui la polizia, l’esercito, la magistratura, quelli che sono i corpi di cui lo Stato dispone per affermare il suo potere erano prevalentemente orientati in senso fascista. […] Ammazzavano i dirigenti (dei partiti antifascisti) del tutto impunemente, la polizia stava a guardare e quando poteva gli dava anche una mano. E quindi in una situazione di questo genere […] era difficile il problema di una difesa, perché a loro tutto era permesso, chi si opponeva per difendersi invece veniva arrestato, venivano condannati e così via.”
Facendo spesso riferimento alla sua esperienza di antifascista e dirigente della guerra partigiana, Pietro Secchia passa in rassegna gli anni durante i quali era responsabile della federazione giovanile comunista e le diverse vicende che vedono coinvolti socialisti e comunisti negli anni Venti e Trenta, “sino ad arrivare – dice – al periodo in cui è stato possibile anche condurre la lotta armata”. Il dirigente comunista biellese individua una linea di perfetta continuità tra la lotta clandestina, il periodo della lotta clandestina, e la Resistenza, il periodo della guerra partigiana. E si rammarica del fatto che il ricorso alla violenza e alla lotta armata sia giunto molto tardi, solo nel corso della Seconda guerra mondiale a giochi praticamente fatti, quando cioè gli alleati anglo-americani erano ormai sbarcati nel sud dell'Italia e i tedeschi avevano occupato gran parte della penisola con la complicità dei fascisti repubblicani.
L’ultima annotazione riguarda il Biellese e il ruolo della lotta partigiana biellese nel più generale contesto della Resistenza, e così conclude: “Diciamo che siamo stati tra i primi, siamo stati tra le regioni dove […] negli anni della clandestinità abbiamo dato naturalmente di più.”