Persona
Squillario, Luigi
- Nascita
- Luogo:
- Gueugnon (Francia)
- Data:
- 22 aprile 1935
- Morte
- Luogo:
- Biella
- Data:
- 20 settembre 2020
- Wikipedia
- Luigi Squillario
- Biografia / Storia
- Politico e banchiere, sindaco per due mandati della città di Biella, dal 1980 al 1990.
Qui di seguito il ricordo di Gianluca Susta apparso su "il Biellese" del 22 settembre 2020:
«Ovviamente non sono in grado di ripercorrere il percorso umano, professionale e politico di Luigi Squillario nella sua interezza. Ci dividevano 21 anni, anche se nei tantissimi momenti trascorsi insieme la sua infanzia, la sua adolescenza, gli studi in seminario e all’Università Cattolica, venivano raccontati con l’intensità di chi sente il bisogno di trasmettere qualcosa di importante. E già allora emergevano il suo carattere, la sua determinazione, le sue profonde convinzioni. Un giovane democratico cristiano, profondamente legato alla Chiesa, imbevuto di quello spirito innovatore che si respirava nel mondo cattolico nel periodo che avrebbe portato al Concilio Vaticano II e che avrebbe portato la DC di Moro e Fanfani, a cui si sentiva legato il giovane Squillario, ad aprire (al congresso di Napoli del ‘62) al Partito Socialista Italiano, superando gli anni del centrismo. Quel giovane, laureatosi a pieni voti all’Università Cattolica di Milano, divenne in poco tempo il leader naturale della sinistra democristiana biellese e il “vecchio” Pella, a cui si riavvicinò sul piano umano quando orami quest’ultimo era fuori dai giochi (profondamente formative per un giovane come me quelle cene a Roma in Via Ludovisi o in qualche trattoria del Biellese con Pella, Petrini, Squillario, Cantono...), divenne, alla fine degli anni ‘50 e ‘60, il suo bersaglio (mi si passi il termine...) preferito di polemica interna, ma sempre su di un piano di grande rispetto personale.
Evocare con lui quegli anni - i congressi della DC, la pervicace resistenza del partito biellese, nel 1964, rispetto alle indicazioni nazionali che avrebbero voluto l’alleanza con i socialisti (di quella giunta, guidata da Borri, Squillario era assessore al personale) invece che il mantenimento di quella con i liberali, la svolta socialista delle ACLI, dopo il convegno di Vallombrosa, le contestazioni “da sinistra” di molti cattolici biellesi che uscirono dalla DC - era come ripercorrere, proiettandola qui, la storia nazionale. È questo il “brodo di coltura” in cui il giovane Squillario, figlio di un muratore emigrato in Francia (dove lui stesso nacque) cresce e si forma. Pochi, come lui hanno incarnato la potenza del messaggio che in quegli anni Don Milani lanciava da Barbiana sulla centralità della scuola, dell’istruzione come il più potente strumento di riscatto dalla povertà. È lì che si forma l’amministratore locale (comincia a Piatto, suo paese di origine, come consigliere comunale nel 1960), l’assessore, il sindaco. È lì che si forma il leader della Democrazia Cristiana biellese degli ultimi vent’anni di storia del partito di ispirazione cristiana. È lì che si forma anche il suo pragmatismo mai disgiunto dai valori di fondo, fortemente radicati in lui. Aveva una fede assoluta nella democrazia parlamentare scolpita nella Costituzione e vedeva nella DC il punto di equilibrio tra prudenza e innovazione. Per questo, al contrario di altri, anche della sinistra democristiana biellese, non fece le barricate nel 1964 per stringere l’alleanza con il PSI; non esitò nel 1980, dopo che si era rotta la maggioranza di “solidarietà nazionale” e il PSI locale era molto schierato per l’alternativa di sinistra, a fare una giunta con liberali e socialdemocratici (di centro destra si sarebbe detto allora). Furono gli anni in cui lui, leader ormai “storico” della sinistra democristiana biellese, dovette subire i maggiori attacchi della sinistra (PCI e PSI). Furono anche gli anni in cui, divenuto sindaco avviò, con Gianpaolo Varnero, un profondo cambiamento dell’assetto urbanistico della Città, riprendendo l’idea della “grande Biella”, polo di servizi della auspicata autonomia provinciale, dimensionata non tanto sui residenti, ma sulla presenza effettiva di persone nella vita quotidiana della città. E con importanti interventi di risanamento che diventarono oggetto di forti contrapposizioni politiche (l’abbattimento della “cassia da mort”, della ciminiera nell’area di Città Studi, del convento di Sant’Antonio in Via Garibaldi o dei bagni pubblici in Via Arnulfo, ad esempio) e, qualche volta, usati da certa opposizione per spostare il dibattito dalle aule politiche a quelle giudiziarie. Solo chi gli fu vicino in quegli anni (seconda metà degli anni ’80 e dei primissimi anni ’90) sa quanto soffrì, in silenzio e sempre minimizzando con gli altri, quegli attacchi, quelle iniziative portate avanti più con sete di vendetta (chissà a che cosa dovuta) che di giustizia. Dieci anni intensi quelli alla guida della città in cui furono avviate opere importanti, poi proseguite e, in parte, modificate, perché la storia non sempre si evolve come crediamo o come vorremmo e perché le esigenze cambiano o intervengono fattori esterni che non dipendono certo dalle Istituzioni locali. L’idea di Città di quegli anni, i progetti fortemente coltivati (Città Studi, aeroporto, Cda, Lanifici Rivetti, tangenziale del Piazzo), scontavano la convinzione che il nostro sistema produttivo monoindustriale, ma a impresa diffusa (ben diverso da quello di Ivrea che era mono-industria e monofabbrica, quindi già in crisi), avrebbe saputo mantenere inalterati i tassi di sviluppo e che la diversificazione nonché lo spostamento di attività di servizi dalla fabbrica al settore terziario sarebbero stati, comunque, a servizio dell’industria. La globalizzazione, la crisi demografica, la crisi istituzionale prodotta dal tramonto della cosiddetta prima Repubblica lasciarono a metà e incompiuto quel disegno che chi venne dopo cercò di integrare e, in parte, modificare attraverso la riqualificazione urbanistica della Città, l’alleggerimento del carico urbanistico, la dotazione di strutture culturali, sportive scolastiche, sociali prima carenti, un forte risanamento ambientale. È in questi anni, inoltre, che si riesce a consacrare nella legislazione italiana (Legge 142 del 1990) l’istituzione della provincia di Biella, da lui fortemente voluta. Ben consapevole del suo profondo spirito politico, si candidò in Regione, con una “staffetta” con Luigi Petrini, sindaco nel ’90, e venne eletto. Lo ricordo quando rientrava da Torino, arrivava in studio, gettava la sua borsa nera sul divanetto, cominciava la geremiade sulla inefficienza, inconcludenza, lentezza del consiglio regionale. Un fastidio che non nascondeva e che si percepiva a pelle, ma non c’è dubbio che uno come lui mal sopportasse le liturgie della politica (anche in consiglio comunale a volte non nascondeva la sua insofferenza verso le inutili perdite di tempo...) e quel ruolo non gli era congeniale. Quando si aprì la finestra della presidenza della Cassa di Risparmio, allora ancora essenzialmente banca, non scissa tra banca e fondazione, fu naturale candidarlo, senza sostanziali opposizioni. Ventitré anni di impegno assoluto, segnato da cambiamenti legislativi importanti e da scelte autonome, alcune obbligate altre no, alcune subite altre volute, che hanno inciso sul sistema nazionale del credito e su quello bancario locale. Il compimento del processo di scissione dell’attività bancaria dalla Fondazione fu vissuto da Squillario con convinzione (era talmente intelligente che da tempo non gli sfuggiva che il sistema andava riformato), ma anche con la preoccupazione, spesso ventilata, che il “patrimonio dei nostri vecchi” potesse essere sottratto dalla “politica” per piegare l’autonomia funzionale delle Fondazioni di origine bancaria e destinarne le immense risorse a coprire il vorace debito pubblico italiano. Una battaglia (vinta), questa, che lo vide in prima linea all’interno degli organismi nazionali di vertice delle Fondazioni di origine bancaria. Non sto qui a fare l’elenco del contributo di idee e di risorse che la Fondazione presieduta dall'avvocato Squillario ha dato allo sviluppo del territorio. Mi limito a dire che non c’è iniziativa importante che la Fondazione non abbia sostenuto. Certo, anche quella esperienza generò amarezze. Io ne sono testimone diretto fino al 2006-2007 e poi solo di riflesso (o, come si suol dire... de relato). I passaggi di Biverbanca da Fondazione a Intesa, poi a Monte dei Paschi poi a CR Asti furono sempre accompagnati da dubbi e preoccupazioni. Ammetto che su queste decisioni non sempre eravamo in sintonia, così come sul modo di essere dell’Università e di Città Studi, ma le mie erano le opinioni di chi ormai aveva fatto le sue esperienze anche nel mondo, ma non aveva né ruoli né responsabilità locali, mentre lui era nella trincea permanente di gestione dei problemi locali, dovendo anche accompagnare le profonde novità che nel sistema di governance del sistema bancario e delle Fondazioni si andavano sviluppando nel Paese e a livello internazionale. A 80 anni il “vecchio” e “grande” leone si è fermato. Capiva che doveva essere così, ma non poteva essere contento. Se mi avesse detto “non ne potevo più” o “è giusto passare il timone” non gli avrei creduto. Sapeva che era giusto, ma sapeva di avere ancora idee ed energie per continuare, seppur con problemi di salute che gli rendevano difficile leggere, studiare, approfondire. Il resto è la storia recente di un uomo che vede avvicinarsi la sua fine. Questi sono giorni che non vorremmo mai vivere. Ineludibili. Difficili da accettare. La vita è così. Sono momenti di emozione, di ricordi, di qualche rimpianto. Nessuno, salvo mio padre, ha lasciato su di me un segno così profondo come lui. Se volevi godere della sua stima (non valeva solo per me, ovviamente), soprattutto in politica, non dovevi mollare mai, non ti potevi distrarre dall’essenziale. Riposo, vacanze, tempo libero “venivano dopo...”. «Questo Paese non si salverà se non nascerà un nuovo senso del dovere». Queste parole di Moro sintetizzando bene il suo modo di essere. Solo lui ed io potevamo capire perché, in un mondo come quello politico, dove tutti o quasi si danno del tu, per me lui era “l’Avvocato” e io “Susta”. Credo che mai mi abbia chiamato Gianluca né io lui Luigi, come fanno quasi tutti in questa città. Eppure forse nemmeno mio padre ha saputo così tanto di me come lui; e lui non era certo reticente su di sé con me: eravamo reciprocamente discreti, ma non chiusi. Si affastellano in questi giorni tantissimi momenti che hanno segnato tappe importanti della nostra vita. Un rapporto personale intenso, a volte confidenziale, anche se lui per me è sempre stato principalmente il mio maestro. Anche quando discutevo e cercavo di tenergli testa; anche quando non condividevo le sue decisioni; anche quando era lui a contestare le mie, anche quando ero sindaco e poi parlamentare, lui era il maestro e io l'allievo. Ed era giusto che fosse e rimanesse così. Io non sarei mai diventato avvocato se non fosse stato per lui. E l’importanza di non fare della politica un mestiere (grande insegnamento suo e di Franco Borri nei miei confronti, forse perché sentivano la responsabilità di avermi buttato in politica troppo presto, con tutti i rischi facilmente comprensibili...) l’ho capito maggiormente poco tempo fa, quando la mia esperienza politica è finita e mi son rimesso a lavorare a tempo pieno, che non allora, quando ero giovane. Avevo 18 anni quando lo conobbi, ma all’inizio era una conoscenza superficiale. Neanche un anno dopo fui candidato in consiglio comunale, venni eletto e lo stesso giorno in cui diedi la maturità partecipai alla mia prima seduta. Decisi di iscrivermi a giurisprudenza: legge e consiglio comunale. Il nostro rapporto nacque lì. E ha segnato la nostra vita. Abbiamo condiviso moltissimo delle vicende politiche di questi ultimi 30 anni ed è stato per me un sostegno indispensabile nei passaggi difficili della vita della città negli anni ’90, soprattutto quando, finita la DC, si dovevano compiere scelte difficili. Senza Squillario e Tavolaccini, altra recente perdita importante per tutti noi, mai avrei potuto guidare il passaggio al centrosinistra nel 1994, aprendo una stagione importante della vita della città e della (allora nascente) Provincia. Rispetto, affetto, stima, condivisione dei principi essenziali non stanno a significare che non vi siano stati, come ho già ricordato, tra noi diversità di vedute (tra allievo e maestro, come tra padre e figlio, quando mai non ci sono scontri, dovuti anche alla differenza generazionale?), ma non hanno mai scalfito quello che lui era per me e penso neanche ciò che io ero per lui. Intelligente, determinato, onesto, un senso del dovere sconfinato, una fede cristiana vissuta senza integralismi e senza dubbi. Un grande uomo. Una grande perdita. L’ho sentito l’ultima volta a luglio: gli chiesi come stava; mi rispose che aspettava la fine, ma non era questo il registro su cui si confrontava il nostro rapporto: io non sapevo cosa dire e raffazzonai qualche frase fatta, cercai di spostare la chiacchierata sull’attualità e lui mi assecondò. Quello era il terreno su cui ci eravamo sempre incontrati; quello era il nostro modo di condividere vita e sentimenti. Sono certo che un giorno ci rivedremo e discuteremo con la stessa passione che ha accompagnato la nostra vita terrena».